La vivente connessione

Nella mia continua rilettura dei testi di Castaneda trovo sempre qualcosa di nuovo che non avevo colto nella lettura precedente. Un passo de Il potere del silenzio mi ha da poco illuminato, finalmente ho capito! Ho capito che cosa è l’intento. O meglio diciamo che ho trovato una spiegazione che fosse per me accettabile di che cosa è l’intento. Non che non l’avessi già letta precedentemente (leggo i libri di Castaneda da più di dieci anni), ma adesso le parole risuonano (vibrano) con il mio sentire. E questo mi fa sentire illuminato (sono una donna ma qui il verbo non può che essere al maschile/neutro). Quante volte negli ultimi dieci anni mi sono ripetuta quella frase di don Juan ” l’ universo è una entità indifferente e la cosa migliore che un guerriero possa fare è almeno tentare di essere tanto indifferente quanto esso “. All’inizio la ripetevo perchè mi dava forza nelle mie rodomontiche lotte per resistere alla follia, in seguito perché avevo capito che di quella frase si sarebbe potuto cogliere tutto il senso soltanto intendendo l’ universo come un’entità consapevole. Sicchè andrebbe intesa ” l’universo è un’entità consapevole e indifferente ” e il nostro vivere e le nostre azioni sono immerse in esso o anche sono parte di esso. Quindi di quello che faccio, sento, penso, agisco, vivo, c’è qualcosa che ha sempre consapevolezza. La portata di questa comprensione è stata per me notevole. Per dirla in termini semplici ha rivoltato la mie prospettive come un calzino, dando un senso completamente diverso al mio esserci, al mio essere qui su questa terra, al mio percorso di vita, alle mie azioni, alle mie lotte.

In tutti questi anni come praticante di tensegrità sapevo che cosa era l’intento ma al tempo stesso non lo sapevo, si trattava di una forza a cui fare appello, una sorta di accesso, ma in questo mio modo di mettere le cose non ne coglievo a pieno il significato.

Né ‘Il potere del silenzio’ a un certo punto si parla dei modi di pensare razionali degli sciamani primitivi.

A un esame più attento, però, apparve evidente che quello che loro chiamavano allineamento delle emanazioni dell’Aquila non spiegava interamente quel che loro vedevano. Avevano notato che solo una porzione molto piccola del totale dei filamenti luminosi, all’interno del bozzolo, si caricava di energia, mentre il resto rimaneva inalterato. Vedere quei pochi filamenti carichi di energia aveva creato una falsa scoperta. I filamenti non avevano bisogno di essere allineati per _accendersi_, perché quelli all’interno del bozzolo erano uguali a quelli all’esterno. Ciò che li caricava di energia era decisamente una forza indipendente. Sentirono che non potevano chiamarla consapevolezza, come avevano fatto fino ad allora, perché la consapevolezza era lo splendore dei campi di energia che si accendevano. Così la forza che accendeva i campi fu chiamata volontà.

Don Juan aveva detto che quando il loro vedere era diventato ancora più sofisticato ed efficace,

si erano accorti che la volontà era la forza che teneva separate le emanazioni dell’Aquila ed era responsabile non solo della nostra consapevolezza ma di ogni componente dell’universo. Videro che questa forza aveva la consapevolezza totale e scaturiva da quegli stessi campi di energia che formavano l’universo. …

Sta parlando della volontà dell’essere umano, della volontà di ognuno di noi. Il che significa cha la nostra volontà è una frazione, per quanto piccola, dell’universo. Cioè il nostro essere qui è un compito, o una sfida se vogliamo, che ci ha assegnato l’universo. Ma c’è ancora di più, la volontà, l’intento proprio perciò sono l’accesso al potere. Insomma l’intento è qualcosa di fondante, una sorta di principio o legge dell’universo, e per questo la volontà del guerriero, un essere consapevole, traccia un cammino di potere.

Decisero allora che intento era più approfondito che volontà. Alla lunga, tuttavia, il nome risultò svantaggioso perché non manifestava la sua straordinaria importanza né la vivente connessione che aveva con le componenti dell’universo.

Don Juan aveva asserito che il nostro grande errore collettivo era di vivere le nostre esistenze senza tenere in alcun conto quella connessione. L’operosità delle nostre esistenze, e poi spietati interessi, preoccupazioni, speranze, frustrazioni e paure avevano la precedenza e, vivendo alla giornata non ci si accorgeva di essere legati a tutto il resto.

Don Juan aveva esternato la propria convinzione che l’idea cristiana della cacciata dall’Eden pareva un’allegoria della perdita della nostra conoscenza silenziosa, la conoscenza dell’intento. La magia era un ritorno ai primordi, un ritorno al Paradiso. …

L’ Intento è la vivente connessione.

  (autrice Kilian Erthran,  marzo 2013)

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