Il Teatro dell’Infinito

Theater of Infinity™ Arriva a Londra!

Intervista a Renata Murez e Nyei Murez  in occasione di un recente seminario a Londra

Renata e Nyei sono i direttori creativi di Cleargreen, l’organizzazione di Los Angeles fondata dagli studenti di don Juan per sponsorizzare seminari e pubblicazioni sulla Tensegrità e, ispirate dalla guida dei loro insegnanti, hanno condotto congiuntamente seminari su quest’arte evolutiva per vent’anni. Insieme a una squadra di associati arriveranno a Londra per formare nuovi istruttori in quest’arte e a presentare un altro segmento nell’ambito dell’insegnamento del lignaggio di don Juan: il Teatro dell’Infinito.

Ecco le risposte alle domande di Greg Johnson, Direttore del Concord Institute di Londra, e di Tomislav Maric, docente.

A proposito del workshop del 24 e 25 novembre a Londra:

 

  • Che cos’è il Teatro dell’Infinito? Che cos’era il Teatro dell’Infinito per i veggenti dell’antico Messico? E per i veggenti di oggi?

Nyei: Il Teatro dell’Infinito ha le proprie radici nei movimenti fisici ed energetici che ebbero origine nel lignaggio di don Juan migliaia di anni fa, sequenze di movimenti con le quali si richiama la consapevolezza di altre forme di vita, come il coyote, i crostacei, la farfalla, l’uccello, il serpente piumato e così via. In queste sequenze, si esce per un momento dalla prospettiva umana per dare uno sguardo alla consapevolezza di queste altre creature e in questo modo ottenere anche un punto di vista più ampio sulla forma umana e su se stessi — vedere da un angolo diverso, per così dire. Questo rende la prospettiva umana, o personale, meno solida, meno “definitiva”; non è più l’unico modo di guardare le cose. Una volta liberati dall’assolutezza di tale visione limitata, siamo in contatto con linfinito.

Reni: Questa capacità naturale di “mutare forma”, o “mutare percezione” come preferiscono chiamarla i veggenti d’oggi, apparteneva un tempo ai nostri primi antenati umani. L’identità umana non era così separata da altre forme di vita. L’uomo antico percepiva il suo mondo come una rete interconnessa di cui si sentiva parte inseparabile. Ma alla fine si fece strada la “separatezza” e un’identificazione del “sé” come distinto da altri esseri senzienti, e i veggenti sciamani, desiderando di toccare nuovamente il potere del mondo interconnesso (un mondo che ancora oggi risiede nei nostri geni), praticarono serie di movimenti che davano loro la possibilità di ritornare a quello stato d’interconnessione.

Oggi si praticano versioni moderne di queste serie, che producono un effetto simile – quello di abbassare le difese, per così dire, della nostra unica identità, il nostro unico modo di essere o rispondere al mondo, rendendoci più fluidi e capaci di percepire e operare con maggiori possibilità funzionali.

E questo è lintento del Teatro dell’Infinito come lo conosciamo oggi. Esso ci permette di provare a indossare altre maschere sociali, o adottare i soliti ruoli o maschere sociali che indossiamo ogni giorno, e di “recitarli” ancora inserendo una nuova intento, diversa da quella vecchia. Facendo questo, la nostra consapevolezza cresce e possiamo imparare che noi stessi, come individui, siamo una molteplicità, così come lo è l’infinito, e troviamo allora meno importante lottare per difendere il nostro consueto ruolo singolo.

 

Nyei: Questa forma moderna del teatro trova i suoi inizi diverse generazioni fa, con i nagual Elias e Amalia, che liberarono le sequenze dei movimenti dal contesto rituale che avevano acquisito nel corso dei secoli in modo che potessero essere avvicinati puramente come movimenti che ci aiutano a raccogliere la nostra energia naturale. I loro studenti, i nagual Julian e Talia (insegnanti di don Juan), portarono la pratica di questi movimenti nel contesto del teatro e danza moderni. Oggi il teatro è accessibile come pratica a chiunque voglia raccogliere energia per riesaminare la propria vita nella maniera gioiosa e avvincente che il teatro può offrire.

E’ un teatro che può essere interpretato con o senza un pubblico. Recitando un ruolo ne diveniamo consapevoli e così il punto d’assemblaggio – il punto d’orientamento – e quindi la percezione di attori e pubblico, si sposta.

Reni: Questo è quel che faremo nel seminario di Londra. Lavoreremo in piccoli gruppi per recitare scene delle nostre vite, magari una scena svoltasi a cena, e inframmezzando la scena con i movimenti, per esempio, la balena o la farfalla. Con la respirazione espansa e il cambiamento di consapevolezza che i movimenti producono l’attore può divenire più consapevole, recitando ripetutamente la scena, della maschera sociale che indossa – delle posture che adotta, letteralmente – e delle supposizioni e dei giudizi che potrebbe avere riguardo alla sua famiglia, ai colleghi, amici o a se stesso. Vedendo quelle posture, giudizi e supposizioni, si può cominciare a superarli, ad acquisire empatia e espandere la propria visuale. E quando si fa ciò si altera il campo delle proprie interazioni e quelle nuove possibilità divengono ora disponibili per essere adottate nella vita quotidiana.

Nyei: Questo libera un’enorme quantità di energia. Carlos Castaneda sottolineava che il “fare” “te” richiede una tonnellata di energia ogni giorno – per presentare, sostenere, difendere, ristabilire il “fare” di Susan o Jim, o chiunque si voglia, e il dialogo che l’accompagna, come: “Non ho inviato l’ordinazione perché stavo aspettando te.” “Faccio io tutto il lavoro qui intorno.” Ecc. ecc.

Potremmo trovare un cambiamento recitando la scena nel contesto del Teatro dell’Infinito: “Avevo la sensazione che avrei dovuto chiamarti per controllare l’ordinazione.” “Apprezzo veramente il modo in cui mia sorella/mio fratello/collega/capo fa lavori che io non so fare.” Ecc. ecc.

Reni: E la bellezza di questo cambiamento continuo di percezione man mano che la scena viene ripetutamente recitata, è che sono le persone e il loro veggente interiore a trovare le proprie nuove possibilità – nessuno dice loro che cosa fare, né si danno consigli. Sono la recitazione del teatro e gli stessi movimenti di Tensegrità, così come il sostegno degli altri attori, che aiutano le persone a risvegliare ciò che don Juan chiamava il veggente interiore – il nostro collegamento interiore con l’infinito. E seguendo quella bussola interna, la recitazione a Teatro e la vita cominciano ad avere molto più senso e a creare molta più gioia.

(2) Potete dirci di più su come lo si può usare e applicare alla vita di ogni giorno? Potete fare degli esempi pratici?

Reni: Si può vederlo in atto, per esempio, quando nel Teatro dell’Infinito si recita se stessi in una scena recente al tavolo delle riunioni al lavoro. Si può notare che si è entrati aspettandosi che la riunione fosse faticosa e noiosa. Si potrebbero aver immaginato diversi scenari prima di entrare, scenari riguardanti le cose sciocche, volte a controllare, o senza costrutto che ci si aspettava che gli altri (o se stessi) avrebbero fatto o detto. Quando si è entrati nella stanza, magari il respiro era corto, le spalle e la mascella contratti – si era chiusi. E di nuovo si è trovato che, come al solito, la riunione è stata noiosa e limitante e che la si è solo tollerata e poi lasciata con gli stessi giudizi con cui i propri colleghi (e se stessi) erano entrati. E non si è concluso molto.

Si modifica quello stato: si cambia la respirazione, si pratica un movimento con l’intenzione di cambiare, si fa propria e si comincia una nuova azione ispirata dal veggente interiore e si recita di nuovo la scena. Questa volta si potrebbe notare che la persona vicina, che si era giudicata come testardamente fissata con le sue idee, vuole solo sapere che le sue idee sono state sentite – e che quando si respira mentre si ascolta e si fanno domande rilevanti quando parla, lei diventa meno rigida nei suoi pensieri e disponibile a modificare i suoi progetti; oppure si vede qualcosa dei suoi progetti che piace.

Poi si cambia ancora con un movimento, si trova un nuovo intento, si recita di nuovo la scena e magari questa volta si nota che se uno dà attenzione agli altri, a loro volta essi prestano attenzione a lui. Poi si cambia, si trova ancora un nuovo impulso, e ci si rende conto che la riunione può essere produttiva se vi si prende parte attivamente, con intenzione e consapevolezza.

Un altro punto è sapere che le nostre storie personali e maschere sociali non sono tutto ciò che siamo. Siamo esseri che vengono dalle stelle – abbiamo non solo gli elementi a base di carbonio della nostra carne e DNA, ma anche un aspetto energetico. Sapere sul piano fisico, emozionale, mentale ed energetico che siamo solo viaggiatori qui, su questa grande Terra che ruota, e che durante la nostra visita accumuliamo storie personali e maschere sociali ci permette di lasciarle andare molto più in fretta, giungere alla nostra essenza molto più velocemente e da questa percepire, fare esperienza e vivere.

Questo è il valore principale del Teatro dell’Infinito, perché esso richiede una risposta alla domanda: “Se sono capace di recitare tanti ruoli diversi, qual è il mio vero sé?” E una risposta possibile è: “Nessuno!” o “Tutti!”. E non è la vita il più grande palcoscenico o teatro di tutti! Nelle parole dell’immortale Shakespeare –

Tutto il mondo è un palcoscenico,

E tutti gli uomini e le donne non sono che attori:

Essi hanno le loro uscite e le loro entrate;

E una stessa persona, nella sua vita, recita diverse parti…

(3) Ci sono storie memorabili nei libri degli studenti di don Juan che recano esempi di questa arte o pratica?

Nyei: Sì – il nagual Julian, che era il benefattore di don Juan, insegnò ai suoi apprendisti tramite il teatro che lui metteva in atto nelle sue interazioni quotidiane con loro. Creava continuamente scene o recitava ruoli per trasmettere quel che voleva che essi imparassero. Per esempio: quando il nagual Julian volle portare don Juan a “incontrare lo Spirito”, annunciò una festa. Invitò tutti i suoi apprendisti e la gente del paese lungo gli argini del fiume, e lì fecero una grande fiesta, con un banchetto, recite di scenette, balli. E a un certo punto il nagual Julian annunciò che era tempo che don Juan “incontrasse lo Spirito”, e senza avvertire don Juan lo sollevò e lo gettò nel fiume, che era così grosso in quel momento da superare quasi gli argini. “Non arrabbiarti con il fiume”, gli gridò il nagual Julian. E fu questo il modo in cui don Juan divenne consapevole del suo corpo energetico – il suo doppio, fatto di energia, la sua connessione con l’infinito. Non poteva lottare contro il fiume, come aveva cercato di lottare contro tutti gli altri eventi o ostacoli nel corso della sua vita – così divenne acquiescente e si ritrovò nel fiume e con la sua componente energetica che, assieme a lui, correva lungo gli argini. Aveva ricevuto quello che il nagual Julian intendeva mostrargli, e cioè: che se smetteva di combattere contro la corrente della sua vita, per così dire, per lui si sarebbe aperta una realtà trascendente.

La nostra vita quotidiana è teatro, come diceva Carlos Castaneda. La domanda è se possiamo essere artisti in quel teatro, consapevoli della nostra parte – impeccabili, mantenendo cioè la nostra integrità, senza preoccuparci di ciò che ci arriva incontro. L’origine della parola teatro è dal greco théātron, cioè il luogo per vedere. Il nagual Julian trovava o creava continuamente scenari in cui i suoi studenti potessero vedere o imparare qualcosa. E don Juan, a modo suo, fece lo stesso. E così fecero i nostri insegnanti. Eravamo continuamente messi in situazioni in cui dovevamo superare l’idea di noi stessi e recitare un’altra parte per poter avere successo.

Nel mio caso dovevo sempre superare la tentazione di recitare la parte del “genio”. Carlos Castaneda era implacabile nel renderlo evidente. “Hello Nyei!” diceva davanti a tutti. “Come sta il genio oggi?” Mi ci volle un po’ per riderne e cominciare a capire, a riconoscere quello che stava facendo e a smettere di recitare come se fossi la persona più intelligente della stanza. Per essere efficace nel mio compito di aiutare a condurre i seminari, dovevo tenere a freno questo mio modo di fare e imparare ad ascoltare. A recitare altre parti.

Reni: Nel mio caso, dovevo superare la tendenza a recitare la parte dell’eroina vittimizzata. E mi fu suggerito non solo di praticare molti passi magici per creare il cambiamento, ma anche di frequentare una scuola di recitazione. Così senza altro da perdere che non fosse il mio sé costruito, lo feci, e dopo molti anni di ruoli da eroina vittimizzata – Blanche Dubois da Un tram chiamato desiderio, Giovanna da Giovanna d’Arco, e Laura da Lo zoo di vetro – parti con le quali mi identificavo molto, favorii un cambiamento di carattere verso ruoli di donne di successo e trionfanti che non venivano trascinate in manicomio, o bruciate sul rogo, o lasciate senza amore. Recitando ruoli così vicini al mio e poi uscendone per ridere di me che venivo gettata nello stesso buco ogni volta dai miei insegnanti di recitazione, il mio punto di percezione si sciolse nella mia arte così come nella vita: cominciai a desiderare ardentemente altri ruoli e ad adottarli.

(4) Il giorno dopo il seminario ci sarà un’escursione a Stonehenge. Come sono connessi il seminario e il tema del Teatro dell’Infinito a questo monumento antico?

Nyei: Per noi è un vivo ricordo della nostra provenienza – costruito da una cultura la cui quiete interiore permetteva di fare esperienza e vivere in collaborazione con le forze della natura; si può sentire l’incredibile natura vibratoria di ciò che è stato eretto laggiù – il ronzio dei monoliti, che crea un ponte fra la Terra e le stelle, onorando le loro stagioni e i cicli. Noi stessi ci muoviamo con quei cicli e così fanno i nostri ruoli nella vita – passiamo da bambini, a fratelli, genitori, saggi anziani, e attraverso tutto ciò cresce la nostra consapevolezza.

(5) Come vedete l’evoluzione di Cleargreen e il suo futuro? Qual è, secondo voi, l’intento che presiede a questa via?

Reni: La nostra missione a Cleargreen è di sostenere lo sviluppo e l’evoluzione della Tensegrità – la versione moderna di ciò che don Juan insegnò ai suoi studenti. Tensegrità è una parola che Carlos Castaneda prese dall’architetto R. Buckminster Fuller; la parola è una combinazione di tensione e integrità, le forze che tengono insieme le strutture di tensegrità in natura, come gli alberi, o in architettura, come le cupole geodetiche. Tutte le parti di queste strutture lavorano e si adattano insieme in modo che la struttura si mantenga integra con qualunque pressione esterna. Anche le comunità lavorano in questo modo – c’è un’adattabilità che ci permette di cooperare con integrità.

Quindi, a questo punto la nostra enfasi sta nel sostenere la comunità di Tensegrità sostenendo nel mondo i “Facilitatori-in-Formazione” di Tensegrità. Essi sono un elemento chiave nel creare una comunità globale di comunità locali che supportano la consapevolezza accresciuta, collaborando con il fine di essere più consapevoli, più presenti, più vivi nelle interazioni quotidiane. Gli apprendisti facilitatori conducono classi di Tensegrità locali con questo scopo.

Nyei: E questo è un elemento chiave dell’intento che permea questa via. Esso viene da ciascuno di noi che pratica l’arte di vivere nel modo più consapevole, gioioso e risoluto possibile.

Reni: Quindi, questa è una via che aiuta chiunque la segua a ritornare “a casa”, a se stesso, a tornare al proprio lato e natura energetici, cosa che nella nostra cultura moderna, veloce, “cablata” è spesso trascurata e accantonata. E’ tornare a questa essenza di noi stessi che ci consente la libertà di percezione.

Infatti diveniamo consapevoli del nostro corpo energetico quando siamo in uno stato di silenzio; e da quello stato cominciamo a percepire molto di più che semplici auto, edifici e lavori. Con il nostro corpo energetico trascendiamo la nostra percezione ordinaria, definita dalle nostre storie personali.

Nyei: Potremmo percepire, molto possibilmente, che l’albero fuori della nostra finestra chiede acqua, o manda affetto; o che il capo che abbiamo etichettato come tiranno è, di fatto, molto simile a noi. O che quando sentiamo la terra con i nostri piedi siamo più presenti; che quando respiriamo sotto la luce del sole il nostro umore diventa più leggero

Reni: Questa è la magia della Tensegrità – la capacità dei suoi praticanti di usare principi sciamanici per il miglioramento della loro vita quotidiana. Don Juan disse a Carlos Castaneda: “Sii del tuo tempo”.

Quindi la libertà è un qualcosa che pratichi qui ed ora, nel mondo moderno, nella tua città, con la tua famiglia, il tuo lavoro, qualunque siano le circostanze. Significa riconoscere che, dato che siamo nati da una fonte, o infinito, possiamo sempre connetterci con l’infinito, in una prigione come in un palazzo. Se ci muoviamo ispirati da quella connessione, dovunque siamo, siamo liberi. Chi potrebbe impedircelo?

(6) Attualmente state programmando di scrivere un libro delle vostre esperienze con Carlos Castaneda? Se è così, quando sarà pubblicato?

Nyei: Sì – l’anno prossimo uscirà un libro che trasmetterà le nostre esperienze con i nostri insegnanti.

Tratto dal sito Cleargreen

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